Eccolo “Le intermittenze”, un video fresco di pubblicazione per Patrizio Piastra che continua così a dar voce al suo nuovo EP di bellissima canzone d’autore. Semplicemente leggera e quel velo nebuloso che un poco confonde i contorni di tutte le cose. Un titolo come “Nuvole animali inesistenti” lascia intravedere tutto questo muovendosi dentro una produzione che ricalca gli scenari moderni senza svendersi gratuitamente alle soluzioni più scontate. La morbidezza dei ricami non si concede mai dinamiche chissà quanto arroganti. Fluttua questo ascolto: starebbe bene in vinile, un bicchiere di vino e quella sensibilità che ci fa ascoltare davvero tutte le piccole cose.
Le atmosfere sonore che costruisci sembrano voler restituire una dimensione del tempo che si allunga, si dilata. Hai un’idea precisa di come la musica debba “durare”?
A dir la verità non ho mai riflettuto su questo aspetto legato alla musica che ho in mente, ma soltanto perché di solito non è mai una costruzione a tavolino, bensì il frutto di lunghe ore di “viaggio” alla chitarra. Mi succede spesso di mettermi lì a studiare e a esercitarmi sullo strumento, girovagando tra suoni e atmosfere che dopo un po’ è come se andassero avanti da sole fino a trovare in modo del tutto autonomo la loro via naturale. Forse questa impressione del tempo dilatato è dovuta proprio al fatto che mi perdo completamente in quello che faccio, fino a che non capisco che non sono già dentro a quello che sto cercando.
Hai alle spalle anni di esperienza con una band legata all’elettronica e all’ambient. Che tipo di silenzio, invece, hai cercato in questo tuo progetto solista?
A differenza dell’esperienza con YOUAREHERE, dove il suono, il ritmo e il silenzio sono la parte fondamentale della ricerca musicale, in questo disco il silenzio credo sia più che altro all’interno delle parole. Sembra un paradosso, ma in realtà lo scrivere di qualcosa in modo a volte metaforico, a volte surreale o comunque mai esplicito è la mia personale via per dare corpo a quel qualcosa che rimane silenzioso nella mia testa e che farebbe fatica a far “rumore” o ad avere suono. Quindi sì, ti direi che in Nuvole Animali Inesistenti il silenzio sta nei temi dei testi. Le parole dette sono solo un vestito nuovo che faccio indossare a pensieri taciturni nella mia mente.
Nel disco si percepisce un senso di sospensione, come se tutto fosse in attesa di qualcosa. È un riflesso del tuo presente, o una condizione che cerchi di provocare in chi ascolta?
È sempre stimolante quando qualcuno trova il proprio senso in quello che un altro propone. In realtà, il disco è nato per dare, almeno a me stesso, un’idea opposta a quella di sospensione e di attesa. Personalmente è un lavoro che una volta portato a termine mi ha fatto capire che avevo in qualche modo trovato la via di fuga e quindi il “moto” giusto da consegnare alle molte cose che fluttuavano dentro di me, senza avere mai il coraggio di uscire. Quello che invece mi interessa provocare in chi ascolta è la curiosità e un modo per fare i conti in maniera più immaginaria e leggera con tutta quella serie di negatività che ci portiamo dietro nel percorso. È uno stimolo a vedere le cose da una prospettiva meno pesante e meno reale.
Molte canzoni sembrano costruite per stratificazioni, con strutture non convenzionali. Sembrano regole e pattern che si ripetono o sbaglio? Ha senso per te?
Non sbagli assolutamente, ma questo è il mio modo di produrre. È sicuramente figlio dei tanti anni passati con YOUAREHERE, dove quello che tu dici è la matrice che scandisce quello stile di musica elettronica. Inoltre, come detto prima, il fatto di trovarmi a scrivere il più delle volte in situazioni in cui mi lascio trasportare da ore e ore di “viaggio” musicale, mi porta ad allungare e a ritornare su quelle che definisci regole. Insomma, non studio mai a tavolino e non mi impongo mai una struttura convenzionale dove magari altri direbbero “Ecco, qui ora parte il ritornello”. Ognuno ha il suo modo di intendere la musica, figuriamoci la propria. Per me è più un discorso legato alle sensazioni e non a come si dovrebbe fare per consuetudine. Nel disco, “Oltre gli elementi” è forse l’esempio più chiaro di quello che cerco di dire: è praticamente una lunga sequenza di strofe, quasi un mantra che nella mia testa non aveva bisogno di un ritornello, ma di un’apertura finale. Altro esempio è la traccia finale “Persi e a capo”: addirittura in questo caso il pezzo è scritto come se fossero quattro parti a sé stanti, con quattro giri quasi indipendenti.
Ti sei circondato di collaboratori molto diversi tra loro, da Andrea Biagioli a Massimo Giangrande. Quanto conta per te il dialogo artistico nella scrittura di un disco? Quanto hai raccolto dal caso?
Andrea e Massimo sono prima di tutto due amici, con i quali ho condiviso molte esperienze nell’ambito musicale. Sono due musicisti e professionisti straordinari, con approcci e esperienze musicali diverse tra loro, ma è proprio questa la loro forza. Il loro apporto a questo disco, sotto la loro etichetta Produzioni Dal Bosco, è stato fondamentale: hanno avuto il merito di arrangiare i brani in modo secondo me ineccepibile, esattamente come pensavo dovessero essere. Hanno una sensibilità musicale e di produzione che forse oggigiorno si fa fatica a trovare in giro, vuoi perché provengono come me da un altro periodo musicale rispetto a quello attuale, vuoi perché hanno veramente a cuore il fatto che la “canzone” deve avere una sua dignità come “oggetto”, a prescindere da tutto quello che viene dopo oltre la musica suonata, non so se mi spiego.